Le nostre recensioni

"Demolition Job" di Alfredo Zucchi - recensione di Sergio Oricci

Demolition Job – lettere all’usurpatore, di Alfredo Zucchi (Edicola Edizioni, 2023)

In Italia quando si parla di “scrittura di ricerca” spesso si fa riferimento a una deviazione della – e dalla – poesia contemporanea. Sintetizzando, e con il rischio di banalizzare, ci si riferisce a quelle prose di confine non assertive, di lunghezza, struttura e composizione variabili, che provano a spostare un po’ più in là il confine della lingua e il modo in cui i significanti si relazionano a un possibile, ma non necessario, significato.
Prendendo in prestito una categoria dell’arte visuale, scrittura di ricerca può essere un altro modo per chiamare una letteratura di tipo concettuale. L’enciclopedia Treccani definisce l’arte concettuale come “una forma d’arte (…) la cui ricerca si concentra prevalentemente sul momento della progettazione e dell’ideazione dell’opera e sull’analisi della comunicazione e del linguaggio dell’arte; attraverso l’esposizione di descrizioni di idee e progetti, diagrammi di opere possibili, formule matematiche, strutture prospettiche, esprime la protesta contro la diffusione e la mercificazione dell’oggetto d’arte, nel tentativo di liberarsi dalla sottomissione ai materiali.”, una definizione che, con qualche piccola modifica, sarebbe perfetta anche per la scrittura di ricerca.
E nel contesto della letteratura di ricerca si inserisce Alfredo Zucchi, scrittore e curatore di collana nato a Napoli nel 1983, fondatore della rivista Crapula Club (2008-2019), socio di Wojtek Edizioni e co-direttore della collana di saggistica letteraria Ostranenie. Demolition Job, la sua opera più recente, pubblicata nel 2023 da Edicola Edizioni, può essere infatti inserita, insieme a poche altre opere di letteratura italiana contemporanea, a pieno titolo nella categoria.
Demolition Job si presenta come una raccolta di cinque testi che si sviluppa nell’arco di una sessantina di pagine. Come un piccolo sistema in espansione, attorno al testo Resoconto sperimentale (che occupa più della metà delle pagine totali) gravitano altri quattro testi-satellite, ognuno con la propria massa e la propria orbita.
Resoconto Sperimentale, preceduto e succeduto da due testi e quindi posto non a caso al centro del sistema, racconta di un esperimento portato avanti su delle cavie umane. Un esperimento che riguarda il linguaggio, la rappresentazione, il desiderio, la morte. E anche, in una certa misura, le zone di continuità tra regno animale, vegetale e minerale.
Gli altri quattro testi invece spaziano tra riflessione teorica, forma racconto, annotazione e manifesto.
La questione concettuale, la ricerca, prende forma non solo grazie alla struttura del testo e al modo in cui i diversi pezzi si muovono senza mai toccarsi davvero o quantomeno senza comunicare in modo ovvio – come in una video-installazione a canali in cui il discorso viene sviluppato su un certo numero di schermi separati, in questo caso cinque, e che costringe l’osservatore a muoversi e a spostare lo sguardo per provare a cogliere almeno qualcosa di ognuna delle parti – ma anche attraverso indizi e possibili chiavi di lettura disseminati sia nel racconto centrale che nei suoi satelliti.
“Io mi occupo della parola (…) Mi occupo del suo limite (…) Questo limite è plastico e mobile – ma non sono io a smuoverlo: si muove.”
Da “Resoconto sperimentale”
“C’è un solo modo di leggere questa lettera: alla lettera.”

Da “Lettera all’usurpatore”
“Ma noi dobbiamo insistere scendendo, manipolare lo spazio intorno alle fondazioni.”
Da “Lettera all’usurpatore”

Alfredo Zucchi, già autore di romanzi (La bomba voyeur, Rogas Edizioni, 2018), raccolte di racconti (La memoria dell’uguale, Polidoro, 2020) e testi di non-fiction (Una possibilità del linguaggio. Pierre Menard come metodo, Mucchi, 2021), con Demolition Job continua dunque a occuparsi della parola e del suo limite. Un limite, come lui stesso scrive, plastico e mobile e del cui movimento Zucchi sembra voler essere prima testimone e soltanto poi attore. Demolition Job, lettere all’usurpatore è certamente un oggetto letterario in cui oggi in Italia è raro imbattersi. È facile capire cosa non sia: non si tratta di un romanzo, né di una raccolta di racconti, e non è un testo di saggistica o una silloge in poesia. Vive in una zona di confine in cui queste forme, e ancora altre, ora si sfiorano ora si compenetrano, e lo fa senza diventare un testo difficile. Demolition Job è infatti un’opera sicuramente complessa, e misteriosa nella sua capacità di creare una sorta di dimensione altra in poche pagine, ma che sembra chiedere al lettore di entrare nella sua architettura portando con sé solo la curiosità di scoprire cosa ci sarà al di là della prima porta e del corridoio, oltre la grande stanza, e di oltrepassare l’uscita sul retro per ritrovarsi in uno dei possibili giardini. E una volta fuori, di riflettere un attimo su quali siano davvero le possibilità del linguaggio, le possibilità della letteratura italiana oggi.

"Il passeggero" e "Stella Maris" di Cormac McCarthy - recensione di Sergio Oricci

Il passeggero (Einaudi, 2023) e Stella Maris (Einaudi, 2023), di Cormac McCarthy, traduzioni di Maurizia Balmelli

Cormac McCarthy (1933-2023) è stato uno dei principali interpreti della letteratura americana e della letteratura contemporanea in senso generale. Tra le sue numerose opere è bene ricordare Meridiano di sangue (Einaudi, 1996), La trilogia della frontiera(un’edizione che comprende i tre romanzi è uscita per Einaudi nel 2008), Non è un paese per vecchi (Einaudi, 2006) e La strada (Einaudi, 2007, opera vincitrice del premio Pulitzer nello stesso anno).

I suoi due ultimi libri, Il passeggero e Stella Maris, vanno considerati come un’unica grande opera e rappresentano una linea di demarcazione tra quello che c’è stato prima e quello che da ora in avanti sarà o proverà a essere la letteratura americana contemporanea. Il passeggero e Stella Maris sono i due poli opposti e complementari della visione della letteratura di McCarthy: da una parte, nel Passeggero, abbiamo una struttura che procede alternando due linee narrative, con unità di spazio e di tempo articolate, mentre dall’altra, in Stella Maris, la narrazione procede in modo lineare e si sviluppa in una singola unità di spazio (una stanza), di tempo (non più qualche ora) e di modalità (un dialogo senza interruzioni, o meglio un monologo mascherato da dialogo).

Il passeggero racconta la storia di Bobby Western, sommozzatore che in apertura di romanzo troviamo sott’acqua impegnato a controllare un velivolo, finito lì dopo un incidente, a cui è stata sottratta la scatola nera, e quella di Alicia, sorella di Bobby morta suicida già anni prima dell’inizio delle vicende raccontate nella linea narrativa dedicata a Bobby, che troviamo nei capitoli a lei dedicati in preda a uno stato di allucinazione permanente, durante il quale dialoga con uno strano personaggio focomelico di nome Talidomide Kid (dal farmaco colpevole di tanti casi di focomelia negli anni ‘50 e ‘60).

La storia di Bobby si sviluppa attraverso continui cambi di ritmo e mettendo in sequenza una serie di complessità che sta al lettore risolvere, e che trova il suo apice in un lungo dialogo sulla fisica quantistica – Bobby è il figlio di uno degli scienziati coinvolti nel progetto Manhattan – che spacca il libro a metà e che da solo riuscirebbe a rendere Il passeggero un’esperienza di lettura misteriosa e convincente. Misteriosa perché nel romanzo Il passeggero non tutto viene spiegato e la fuga di Bobby, che scappa per non farsi trovare dagli emissari governativi che lo cercano per indagare sulla scomparsa della scatola nera e su quello che è successo al velivolo che si è inabissato al largo del Golfo del Messico, prende presto la forma di una fuga esistenziale e di un viaggio nelle profondità della psicologia del protagonista.

La storia di Alicia invece vive sulla ripetizione delle sue visioni fumettistiche, e il modo in cui McCarthy tratteggia la malattia mentale, e in particolare la schizofrenia, dà a tratti l’impressione di essere una cartolina letteraria, una semplificazione. Ma la mancanza di equilibrio tra le due parti e il procedere per accumulo di un testo non perfetto ma vivo non tolgono poi molto al valore letterario di un’opera che impressiona per energia e che, anche quando sbanda, lo fa per inseguire una grande ambizione.

Se Il passeggero è un romanzo autonomo e che sta perfettamente in piedi da solo, lo stesso non si può dire di Stella Maris. È più corretto in questo caso parlare di una lunga nota a margine del Passeggero, di un approfondimento che McCarthy ha voluto dedicare al personaggio di Alicia. Stella Maris è infatti, dalla prima all’ultima pagina, un dialogo tra Alicia e uno psichiatra della struttura Stella Maris dove la donna è ricoverata. Se nel Passeggero avevamo conosciuto una Alicia in preda alle visioni, qui la conosciamo in uno stato di perfetto controllo, e la troviamo discorrere di matematica, del suo rapporto ai limiti dell’incestuoso con il fratello Bobby e di massimi sistemi con uno psichiatra che è lì solo perché deve esserci, ma che di fatto è un personaggio irrilevante, nel suo rispondere per lo più con brevi frasi e nella sua quasi totale trasparenza. Preso da solo, Stella Maris è un romanzo non memorabile, e l’idea di pubblicarlo come testo separato dal Passeggero non lo aiuta. Se consideriamo i due libri come un’unica grande opera, ecco invece che Stella Maris trova una sua funzione e un suo senso, pur con i limiti rappresentati dalla costruzione di un dialogo che dovrebbe essere complesso nei contenuti ma finisce per essere limitato da un eccessivo gusto per la frase e per le tematiche, e dal suo sviluppo che, in sostanza, è quello di un monologo a causa dell’assenza di un vero interlocutore.
Come parte di qualcosa di più grande, però, Stella Maris rappresenta un ulteriore comparto strutturale e un altro cambio di ritmo che dà al dittico di romanzi nel suo insieme una natura composita che finisce per valorizzarlo.

Il passeggero e Stella Maris hanno un peso e una gravità che solo i grandi autori riescono a generare, e riescono a lasciare in chi legge la sensazione di aver assistito a qualcosa di definitivo, di assoluto eppure ancora in movimento anche dopo l’ultima pagina. E proprio questa sensazione di sospensione nel tempo è forse il senso di un’opera destinata a continuare a espandersi e a lasciare dietro di sé una scia, anche dopo la scomparsa di chi l’ha scritta.

“L’altro nome. Settologia I-II” e “Io è un altro. Settologia III-V” di JON FOSSE - recensione di Sergio Oricci

L’altro nome. Settologia I-II” (La Nave di Teseo, 2021) e “Io è un altro. Settologia III-V” (La Nave di Teseo, 2023) – traduzioni di Margherita Podestà Heir

È il 2006 quando Jon Fosse, scrittore e drammaturgo norvegese classe 1959, viene portato per la prima volta in Italia dalla casa editrice Editoria & Spettacolo che pubblica una raccolta di sei drammi intitolata Teatro. Quindici anni più tardi e dopo diversi altri libri pubblicati in Italia da Fandango, Titivillus e Cue Press, La Nave di Teseo porta in Italia l’opera narrativa più importante dell’autore, la “Settologia”. Poco prima dell’uscita in Italia del secondo volume di questa opera in sette parti, divise in tre libri, Jon Fosse riceve il Premio Nobel per la letteratura (2023).

Non è facile parlare di una Settologia che in Italia è ancora in corso di pubblicazione, perché l’opera di Fosse è un corpo in cui le singole parti interagiscono per dare forma a un lungo discorso che riguarda prima di tutto la lingua, e soltanto dopo i grandi temi del doppio (o meglio del multiplo), della fede, della morte, dell’arte e della dispersione di un’identità che dalla sua dimensione individuale (fortemente occidentale) si muove perdendo pezzi (e lasciando tracce) nello spazio e nel tempo.

Il protagonista della Settologia è Asle, un pittore che trascorre le giornate guardando un punto all’estremità di un fiordo e spostandosi tra il paesino in cui vive e la città dove ogni anno, nella galleria d’arte del gallerista Beyer, viene allestita una sua mostra personale. Nel muoverci insieme ad Asle incontriamo un altro Asle, anche lui artista, che vive con il suo cane Brage, si addormenta spesso ubriaco e si sveglia scosso dai tremori. La prosa di Fosse si snoda attraverso le oltre 350 pagine del primo volume, e così continuerà a fare per l’intera Settologia, senza mai utilizzare il punto fermo. Questa scelta, più di concetto che di sintassi, lascia al lettore la responsabilità di trovare un momento in cui fermarsi, oppure di scegliere di non farlo mai. Asle e Asle sono uno “L’altro nome” dell’altro, e Fosse sceglie di alternare continuamente prima e terza persona all’interno dello stesso periodo, dando vita a un viaggio fatto di piccoli e grandi spostamenti che costringono chi legge a cercare una strada, un orientamento, una chiave interpretativa, e a fare i conti con un altro sé e allo stesso tempo con altro da sé.

È proprio il sistema linguistico creato da Fosse l’elemento di maggiore interesse della Settologia. Si tratta infatti di una lingua nuova, una lingua che risuona e che si moltiplica proprio come i personaggi che racconta. Nella Settologia la corrispondenza tra il cosa viene raccontato e il come viene fatto è fortissima, e se da una parte sono le identità a moltiplicarsi, dall’altra le continue ripetizioni linguistiche e di contenuto non fanno che evidenziare e amplificare la portata del discorso. La prosa di Jon Fosse è ricorsiva e si appoggia sul tempo come una preghiera.

In parte è per questo motivo che quando ci troviamo a iniziare la lettura di “Io è un altro”, secondo volume della Settologia, l’impressione è che il meccanismo sia già chiaro, che il mistero di questa lingua da cui è difficile estrapolare un frammento da citare – perché l’opera stessa è in fondo un’unica lunghissima frase che deve restare tale, una e indivisa – sia già stato svelato. In “Io è un altro” l’alternanza tra prima (Asle adulto) e terza persona (Asle adolescente) si fa più regolare, e le riflessioni sulla fede e sulla morte, seppure ancora presenti e con momenti, come sul finale, di chiara intensità, sono più rarefatte. La scelta di Fosse di fornire al lettore una visione più ampia del background dei personaggi e di dare un maggior numero di informazioni nei tre capitoli centrali della Settologia è comunque interessante, perché se da una parte il secondo volume risulta privo del mistero quasi sovrannaturale che pervade “L’altro nome”, dall’altra sviluppa il potenziale narrativo della storia: accompagniamo dunque Asle durante una delle sue prime mostre, scopriamo come avviene il primo incontro tra lui e quello che diventerà il suo gallerista, Beyer, e intravediamo anche un giovane “Omonimo”, l’altro Asle, che esiste oggi ed esisteva ieri, e la cui identità è altra ma sfuma in quella del protagonista, adulto o adolescente che sia.

La motivazione per il Premio Nobel assegnato a Jon Fosse nel 2023 recita: “Per la sua drammaturgia e la sua prosa innovative, che danno voce all’indicibile”.

In attesa del terzo volume, e della conclusione di un’opera di cui oggi si fa fatica anche soltanto a immaginare una fine, quello di cui possiamo già essere certi è che La Settologia si muove nel territorio della complessità, dove – più che all’indicibile – la letteratura dà, finalmente, voce a sé stessa.

SERGIO ORICCI

Sergio Oricci (Fiesole, 1982) vive a Cluj-Napoca, in Romania. Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste (‘tina, Altri Animali, Neutopia). Ha pubblicato la raccolta in poesia Pesci di vetro (Gattomerlino, 2020), la raccolta di racconti Volevo essere Vincent Gallo (Pidgin Edizioni, 2021) e i romanzi Cereali al neon (Effequ, 2018) e La casa viola (Castelvecchi, 2022). Ha fondato e cura la rivista Clean.

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